Come fare a dire “no”?

Di | 3 ottobre 2017

“Avevamo appena iniziato a lavorare su un progetto molto importante quando, ad un certo punto, un collega si presenta con una richiesta urgente. In realtà, urgente per lui. Avevamo un desiderio fortissimo di direno” e privilegiare le nostre priorità. Tuttavia, la tentazione compulsiva di dire “sì” ha avuto ancora una volta la meglio”.

Come mai, nonostante sia contro i nostri interessi, non riusciamo a ignorare una richiesta di aiuto? Pascale Bélorgey, consulente Cegos, introduce una riflessione interessante sulla complessità spesso sottovalutata che si cela dietro alla risposta “no”.

dire no

Il nostro cervello cerca di proteggerci dal rifiuto

Se non riusciamo a negare il nostro aiuto a un collega, è perché probabilmente abbiamo paura di danneggiare il nostro rapporto con lui, di danneggiare la sua posizione o, in generale, di fargli del male. Per questo crediamo – sbagliando – che se non assecondiamo la sua richiesta, non ci apprezzerà più. Abbiamo paura di essere giudicati e visti come persone scortesi, senza spirito di cooperazione. Insomma, tendiamo a unire la nostra risposta alla sua richiesta con la qualità del nostro rapporto con lui.

Dividere la richiesta dal rapporto

Per rassicurare il nostro cervello sulla stabilità delle nostre relazioni, pensiamo a tutte le volte che gli altri hanno detto “no” a noi. Li abbiamo disprezzati? Abbiamo interrotto il nostro legame con loro? Assolutamente no. Siamo solo diventati consapevoli delle esigenze dell’altro, ecco tutto. Anzi, quando poi le stesse persone ci avevano risposto in modo affermativo, sapevamo che era una volontà di aiutarci autentica e sincera. Insomma, Il “no” potenzia il significato e il valore di un “sì”.

E se abbiamo paura che il nostro collega commetta l’errore di unire la risposta alla relazione, esiste una soluzione semplice: facciamogli sapere quanto lo apprezziamo! “Mi piacerebbe moltissimo aiutarti ma purtroppo ho un file urgente da consegnare stasera. Mi dispiace!”.

Il nostro cervello ha paura di cambiare

Se da un lato cominciamo a credere che questo approccio possa funzionare, che potremmo dire “no” senza perdere la stima del nostro collega, la parte limbica del nostro cervello – quella che gestisce le emozioni – ci dice che solo la stabilità è rassicurante. Almeno ne conosciamo le conseguenze. Ad esempio, lavorare su file importanti fino a tarda notte è un qualcosa di familiare. Al contrario, se rifiutiamo un aiuto a un collega non sappiamo quale conseguenza disastrosa potrebbe comportare.

Proviamo a dire “no” in un ambiente protetto

Dire “no” è il primo passo, quello più difficile. Ma è anche il più decisivo. Non importa quanto questa azione possa essere grande: ci porta nella direzione opposta a quella che di solito prendiamo ed è la svolta che ci permette di passare dall’ignoto al noto. Il nostro cervello registra in tal modo la nuova esperienza e la classifica nella categoria “sicura”. Per questo motivo è fondamentale tentare almeno una volta.

Scegliamo una situazione senza troppi rischi: prendiamo ad esempio una persona che ci apprezzi molto e che ci rivolga una richiesta per lei non troppo significativa. Le rispondiamo che non possiamo aiutarla in questo momento, pur mantenendo un atteggiamento cortese e rassicurante. Offriamoci di fare il punto insieme sulle eventuali conseguenze nella relazione se notiamo qualche atteggiamento diverso dal solito. Imparare a dire “no” è molto importare anche per le persone che ci circondano: dà loro infatti il permesso di fare richieste senza temere di metterci a disagio.

 


 

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