Il valore della saggezza digitale fra egophonia e innovazione permanente

Di | 5 novembre 2019

Vivo a Milano e ho la fortuna di scivolare ogni giorno nelle pieghe di una città effervescente, moderna, in potentissima affermazione.

Lo scorrere delle mie giornate avviene con almeno un device a portata di mano ed è scandito dall’alert di nuove notifiche, dalla vibrazione delle call e dall’urgenza di riscontrare chi mi ha cercato. Un incedere comune a tutti coloro che vivono i ritmi di un mondo VUCA (volatile, uncertain, complex e ambigous).

È sufficiente osservare la comunità attorno a noi alla fermata di una metro, alla cassa del supermercato, al tavolino di un bar. Persino in auto o per strada. Lo smartphone è un’appendice del nostro corpo. Un ingranaggio aggiunto dei nostri polpastrelli.

Ma quanto siamo consapevoli del tempo che passiamo a diretto contato con un device e dell’incidenza che questo meccanismo ha sulla nostra autonomia decisionale, sulle nostre relazioni, persino sulla nostra produttività?

saggezza digitale

La piena consapevolezza forse la maturiamo solo quando scarichiamo quelle app che ci informano sul tempo che passiamo utilizzando il nostro cellulare. La scoperta spesso è così sorprendente e ansiogena che cancelliamo immediatamente quella fonte di verità.

Generazioni e saggezza digitale

È doveroso sfatare la convinzione che questa dipendenza riguardi solo le nuove generazioni. Il tema dell’educazione al consumo della tecnologia è necessariamente trasversale e trova molte sue applicazioni nelle abitudini dei cosiddetti “immigrati digitali” (termine utilizzato per la prima volta nel 2001 da Marc Prensky, scrittore e ricercatore statunitense) ovvero coloro che sono nati precedentemente alle tecnologie digitali e si sono abituati a utilizzarle in età adulta. Per questi ultimi la tecnologia è come una lingua straniera da imparare completamente da zero ma una volta appresa necessita di una sorta di codice etico di utilizzo.

Affinché le nuove frontiere tecnologiche possano essere davvero efficaci e “salutari”, è importante moderare e presidiare il loro impatto sulle nostre abilità cognitive e fare in modo che accrescano le nostre potenzialità. La saggezza digitale accende i suoi motori proprio in questa considerazione e si esplicita in un bilanciamento fra i limiti e le opportunità della Digital Transformation.

I limiti si diagnosticano in:

  • un pensiero più veloce ma anche più superficiale e meno strutturato
  • un impoverimento del linguaggio
  • una cronica connessione 24 ore su 24
  • un’esigenza eccessiva di multisensorialità (costante bisogno di nuovi stimoli sensoriali per mantenere attiva l’attenzione)
  • un multitasking compulsivo che abbassa l’attenzione

Le opportunità si esplicitano in:

  • un’ottimizzazione del tempo
  • un abbattimento delle coordinate spaziali
  • una diffusione facilitata della multiculturalità
  • un innalzamento costante della qualità del nostro interagire e del produrre
  • un miglioramento della nostra vita quotidiana

La risultante finale di queste considerazioni è che la saggezza, per fortuna, anche in un’epoca 4.0 è e resta uno “human factor”. La tecnologia deve essere a servizio di un’umanità che possa esprimere progresso ma anche valori, novità ma anche tradizione, dirompenza ma anche coerenza. Un acceleratore contemporaneo che dovrebbe lanciare verso nuovi scenari e rassicurare, al contempo, rispetto a un passato con un passo per di più analogico.

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